APPLAUSO FINALE
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PREFAZIONE DEGLI AUTORI
Scrivere questo racconto è stato come rispolverare un vecchio proiettore da 35 millimetri e ritrovare, in fondo a una cassetta di metallo, una bobina mai mostrata prima.
Gli anni Settanta non sono stati soltanto un’epoca di grandi cambiamenti socio-culturali, ma anche un momento storico caratterizzato da una sensualità viscerale, analogica, priva di schermi digitali e legata alla materia: la grana spessa del tessuto denim, il profumo intenso dei profumi dell'epoca, la meccanica imperfetta delle automobili, la calda caligine del fumo nelle sale cinematografiche. Con questo racconto abbiamo voluto rendere omaggio al cinema di genere e alla commedia scollacciata dell'epoca, trasformando la sala cinematografica in un vero e proprio personaggio. Un rifugio discreto e complice dove il confine tra la finzione dello schermo e la realtà della penombra si sfuma del tutto.
Buona “visione”.
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Il motore della Fiat 128 verde salvia tossì due volte prima di spegnersi definitivamente con un ultimo sussulto metallico.
Nel silenzio improvviso del rione, rimase solo il picchiettare ritmico e battente della pioggia di novembre sul tettuccio in lamiera. Fuori dai finestrini appannati dal nostro calore, le luci al neon arancioni e rosse del cinema Luce si scioglievano sulle pozzanghere dell’asfalto consumato, creando striature cromatiche che parevano dipinte a tempera.
Nessuna fretta.
Nessun segnale luminoso o squillo a spezzare l'incanto di quel momento: solo il tempo dilatato degli anni Settanta, scandito dal ticchettio dell’orologio da polso con il cinturino in acciaio e dal brusio della radio a transistor integrata nel cruscotto.
La voce profonda di Barry White sfumava piano tra le interferenze della frequenza modulata, avvolgendo l'abitacolo saturato di un profumo denso: un misto di Brut di Fabergé, cuoio consumato dei sedili, fumo di sigaretta e la carica magnetica della nostra vicinanza.
Aggiustai lo specchietto retrovisore interno e mi sistemai il colletto XL della camicia in poliestere a fantasie geometriche marroni e senape, lasciando i primi bottoni sbottonati sul petto. Sopra, una giacca in camoscio con le frange sulle maniche che profumava di cuoio grezzo. Mi voltai a guardarti.
Tu eri seduta sul lato passeggero, l'impermeabile sagomato stretto in vita dalla cintura con la fibbia metallica. Tra i lembi del colletto alzato si intravedeva la seta lucida di una camicetta color panna, scollata quanto bastava per far risaltare una sottile catenina d'argento con un ciondolo a forma di corno, incastonata nell'incavo delle clavicole. Le tue labbra erano lucide, coperte da uno strato denso di lucidalabbra alla fragola che catturava i bagliori al neon provenienti dall'esterno.
Prima ancora di scendere, la tua mano scivolò per un istante sulla mia coscia, facendomi sentire la pressione calda dei tuoi polpastrelli attraverso la tela rigida dei jeans attillati.
«Siamo arrivati?» chiedesti, con quella voce leggermente velata che usavi quando l'aria attorno a noi cominciava a farsi pesante di attesa.
«Siamo qui» risposi, allungando una mano sul cambio a cloche per spegnere i fari.
Afferrai un unico grande ombrello dal sedile posteriore.
Uscimmo dall'auto tuffandoci nell'aria umida della notte. L'ampio orlo dei miei pantaloni a zampa d’elefante sfiorò l'acqua della pozzanghera, inzuppandosi leggermente sulla spessa orlatura sopra i tacchi in cuoio degli stivali. Tu ti stringesti a me, facendoti spazio sotto la stoffa dell'ombrello.
Il profumo del tuo borotalco e della lacca per capelli Elnett si mescolò all'odore dell'asfalto bagnato e dei gas di scarico delle poche auto di passaggio.
Camminammo a passi svelti verso l'ingresso, il battito dei nostri tacchi riecheggiava sui marciapiedi stretti.
La mia mano scese dalla tua vita fino a stringere la curva nuda del tuo fianco sopra la cintura, sentendo la ciccia morbida e calda fremere al mio tocco.
Sopra di noi, la locandina del film ammiccava con caratteri cubitali e illustrazioni fatte a mano a colori saturi: ritraevano figure femminili dagli sguardi languidi, capelli cotonati, scollature vertiginose e contorni sfumati.
La pesante tenda di velluto bordeaux, consumata dagli anni e dagli innumerevoli passaggi, ci inghiottì non appena varcammo la soglia.
Oltre quel diaframma di stoffa, il rumore del mondo esterno — la pioggia, il traffico, il freddo della strada — venne del tutto cancellato.
La hall era un microcosmo felpato e sospeso.
L'aria era un blocco unico di calore denso, impregnata del fumo persistente delle MS, delle Super Senza Filtro e delle Marlboro che salivano in spirali lente verso i lampadari a goccia in vetro macchiato di nicotina.
Il pavimento di graniglia lucida rifletteva le luci fioche dei faretti.
Dietro la cassa in legno scuro e vetro sagomato, una bigliettaia con i capelli biondo ossigenato e gli occhiali dalla montatura a goccia staccava i tagliandi rossi da un rotolo metallico.
Accanto a lei, la maschera: un uomo sulla cinquantina con i baffi folti, un gilet di panno scuro sopra la camicia a quadri e un mazzo di chiavi che gli pendeva dalla cintura.
Ci squadrò appena, cogliendo l'intesa sfacciata nei nostri sguardi con quella discrezione professionale e disincantata tipica di chi ha visto passare sotto i propri occhi generazioni di coppie in cerca di penombra.
Nell'angolo vicino al distributore di chewing-gum e caramelle al rabarbaro, un paio di avventori solitari — giubbotto di jeans sbiadito, capelli lunghi sulle spalle e zoccoli di legno ai piedi — sfogliavano svogliatamente una rivista patinata con la copertina di una modella in pose osé, prima di sparire dietro la porta della sala principale.
Pagai i due biglietti di galleria con un paio di banconote da mille lire stropicciate, infilando il resto nella tasca posteriore dei jeans. Mentre lo facevo, spinsi leggermente il mio bacino contro il tuo fianco, facendoti avvertire senza fraintendimenti il desiderio che stava già crescendo.
«Galleria, ultima fila» sussurrai al tuo orecchio, lasciando che la mia lingua tracciasse un piccolo solco bagnato sulla cartilagine del tuo lobo, facendoti sobbalzare.
Spingemmo la seconda porta imbottita. L'oscurità della sala ci accolse come un abbraccio caldo e peccaminoso.
Il locale era avvolto in una caligine densa.
Scalammo i gradini di moquette rovinata verso la parte più alta della galleria, fino a raggiungere due poltrone in finta pelle rossa, sfilacciate sui braccioli ma profonde e totalmente coperte dall'ombra protettiva del soffitto.
Ci sedemmo. Il fascio luminoso del proiettore da 35 millimetri tagliava la caligine di fumo sospesa a metà aria come una lama dorata, proiettando sullo schermo bianco le prime sequenze del film.
Sullo schermo, la colonna sonora aprì le danze: un tema musicale funk composto da flauti traversi, linee di basso profonde e rullanti cadenzati.
Era la classica commedia scollacciata dell'epoca, dove la trama era solo un debole pretesto per mostrare interni lussuosi, villini con piscina e incontri sfacciati tra personaggi spregiudicati.
L'attrice protagonista, con i capelli biondi cotonati e un abito da notte in pizzo trasparente, si muoveva con lentezza provocante attraverso un salone.
La luce imperfetta e calda della pellicola rimbalzava dallo schermo, illuminando a tratti i nostri volti e quelli degli altri spettatori nel buio.
Guardandomi intorno nella penombra della galleria e della platea sottostante, mi resi conto che l'eccitazione non era un privilegio solo nostro.
L'aria stessa della sala vibrava di una tensione erotica trattenuta a stento.
Poco più in basso, tre file avanti a noi, una coppia giovane era già completamente immersa nel proprio gioco: lui aveva una mano infilata con decisione sotto il maglione di lei, mentre la ragazza, le labbra dischiuse e lo sguardo fisso sullo schermo illuminato, muoveva lentamente il bacino ritmo su ritmo, lasciandosi sfuggire piccoli sospiri soffocati.
In un'altra fila della galleria, un uomo solo, il trench scuro appoggiato sulle ginocchia, teneva la mano nascosta sotto la stoffa; il suo braccio si muoveva con un ritmo cadenzato e furtivo, gli occhi spalancati e fissi sulle curve dell'attrice proiettata a metri di altezza.
Più in là, due donne sedute vicine si scambiavano carezze lente sulle cosce, sfiorandosi il collo e i capelli ad ogni cambio di scena più audace, complici e del tutto indifferenti al resto del mondo.
Ti guardai di traverso.
La luce della proiezione si rifletteva sui tuoi zigomi, evidenziando il velo sottile di sudore e l'arrossamento carnale che il caldo soffocante della sala cominciava a far affiorare sulla pelle del tuo collo.
Anche tu ti eri accorta di ciò che accadeva attorno a noi: il tuo sguardo incrociò quello della ragazza tre file sotto proprio mentre lei socchiudeva gli occhi al tocco del suo compagno.
Un brivido ti percorse la schiena.
Le tue labbra, scure e lucide nella penombra, si aprirono leggermente, lasciando intravedere le punte dei denti mentre il tuo respiro si faceva irregolare.
Sullo schermo cominciarono le prime scene sfacciatamente erotiche.
Dettagli di mani che sbottonavano camicette, cerniere che scivolavano con lentezza lungo la schiena, corpi nudi che si cercavano al rallentatore.
In sala, la distanza tra noi si azzerò.
L'ampia zampa dei miei jeans incrociò la tua legandola a me.
Non fu un contatto casuale, ma una pressione deliberata.
Sentii la tua coscia rispondere alla spinta, dividendosi leggermente per accogliere la mia.
«Fa troppo caldo qui dentro... e non è solo per il riscaldamento» mormorasti, facendo scivolare l'impermeabile giù dalle spalle con un movimento lento delle braccia, lasciandolo ricadere sullo schienale della poltrona.
La tua camicetta di seta ora risaltava viva nella penombra.
Sotto il tessuto leggero si indovinava la forma marcata del reggiseno a balconcino, e i capezzoli, già tesi per l'eccitazione, puntavano visibilmente contro la stoffa chiara.
Allungai il braccio lungo lo schienale della tua poltrona.
Le mie dita sfiorarono la tua spalla nuda, poi scesero lente, tracciando la linea del braccio fino a infilarsi direttamente sotto la tua gonna a pieghe. Il contatto con la pelle della tua coscia, scoperta sopra l'orlo delle calze di nylon, fu una scossa elettrica.
Tu apristi le gambe di quel tanto che bastava per farmi salire più in alto, facendomi sentire il calore umido che già si sprigionava dal tuo centro.
Sullo schermo, i due protagonisti della commedia si erano finalmente trovati su un grande letto rotondo coperto da lenzuola di seta rossa, scambiandosi carezze sempre più audaci.
I suoni dell'audio di sala, un misto di gemiti amplificati, risate sommesse della colonna sonora e lo sferragliare sordo della bobina del proiettore, si fondevano con i fruscii metallici di cerniere, i respiri affannati e i bisbigli sparsi che salivano dalle altre poltrone, creando una sinfonia felpata e ipnotica.
La mia mano risalì fino a trovare la fascia elastica delle tue mutandine di pizzo.
Tu sussultasti, affondando le unghie nella spessa pelle della mia giacca in camoscio.
Con il pollice, iniziai a tracciare piccoli cerchi proprio dove la stoffa si faceva più calda e intrisa dei tuoi umori, sentendoti fremere ad ogni singola pressione.
Tu non fosti da meno.
Con una mossa rapida e sfacciata, infilasti la mano nell'apertura della mia camicia, facendola scivolare sul mio petto peloso, graffiandomi piano la pelle fino a scendere giù, verso la pancia.
La tua mano accarezzò il profilo pronunciato del mio desiderio imprigionato nei jeans attillati, stringendo la presa fino a farmi sfuggire un'imprecazione a bassa voce.
Sullo schermo, l'attrice spalancava le gambe ricoperte da calze velate di fronte all'obiettivo; nella penombra dell'ultima fila, immersi in quella platea di voyeur e amanti clandestini, noi stavamo andando ben oltre la finzione.
Mi chinai completamente su di te, affondando il viso nell'incavo del tuo collo.
Il profumo del tuo sudore misto all'essenza di rose era la sostanza più intossicante che avessi mai respirato.
«Guardi il film o vuoi che ti prenda qui, davanti a tutti?» ti sussurrai con voce cruda, lasciando che le mie labbra mordicchiassero la pelle sensibile sotto la mascella.
Un brivido violento ti scosse dalla testa ai piedi.
Ruotasti il viso e mi afferrasti la nuca con entrambe le mani, tirandomi a te per un bacio feroce.
Fu un incontro di bocche avide, bagnate, dove le lingue si scontravano senza più alcun contegno. Assaporai il gusto dolce del tuo lucidalabbra misto al sapore metallico e caldo della tua saliva.
Mentre ci baciavamo, la mia mano forzò l'ingresso dei tuoi slip, affondando le dita tra i tuoi peli pubici folti e soffici, tipici delle donne di quell'epoca. Erano impregnati di una scivolosa e caldissima bagnatura.
Trovai subito il tuo clitoride turgido e cominciai a stuzzicarla con polpastrelli decisi, facendoti inarcare la schiena staccandoti dalla poltrona.
Tu emettesti un gemito rauco, subito soffocato contro la mia bocca, mentre la tua mano scendeva con urgenza furiosa sulla mia cintura.
Sganciasti la fibbia d'ottone con uno scatto secco. La cerniera metallica dei miei jeans scivolò verso il basso con un rumore stridente che nella mia testa risuonò fortissimo, rivelando la mia erezione rigida e pulsante.
Senza attendere oltre, ti piegasti leggermente in avanti nella poltrona, afferrando il mio membro con la mano nuda. La tua presa era stretta, calda, esperta. Iniziasti a far scorrere la pelle avanti e indietro con un ritmo ossessivo, bagnandoti le dita con le prime gocce di lubrificante che uscivano dalla cima.
Sullo schermo, la luce lampeggiava violenta durante una scena di passione girata sotto una doccia trasparente.
I bagliori argentei illuminavano a intermittenza il tuo viso: avevi gli occhi socchiusi, le labbra spalancate in un'espressione di puro godimento carnale, e il petto che saliva e scendeva all'impazzata.
Non contenta di usar solo la mano, ti scivolasti lentamente verso il basso, inginocchiandoti sulla moquette consumata nello spazio stretto tra le due file di poltrone.
L'odore di polvere, moquette vecchia e sesso nell'aria si fece travolgente.
I tuoi capelli cotonati mi sfiorarono le cosce mentre ti chinavi su di me.
Senza alcuna esitazione, spalancasti la bocca e avvolgesti la punta della mia virilità con le tue labbra calde e bagnate di lucidalabbra.
Un grugnito di puro piacere mi uscì dalla gola.
Afferrai i tuoi capelli con entrambe le mani, guidando la tua testa mentre andavi sempre più a fondo, inghiottendomi centimetro dopo centimetro con una avidità sfacciata.
La tua lingua lavorava sul tronco con passate lunghe e calde, mentre le tue mani stringevano i miei testicoli attraverso la stoffa dei pantaloni tirati giù fino alle ginocchia.
Guardavo giù nell'ombra e vedevo la testa della mia donna salire e scendere tra le mie gambe, illuminata soltanto dai lampi bianchi delle scene più spinte della pellicola. Il suono della tua suzione si mescolava ai rantoli degli altoparlanti del cinema e ai respiri sempre più pesanti che provenivano dalle poltrone vicine.
Dopo qualche minuto di quell'estasi orale, non ce la feci più a trattenermi.
Ti tirai su per le ascelle con forza, facendoti risalire sulla poltrona.
«Ora basta... ti voglio dentro» ansimasti al mio orecchio, la bocca ancora lucida e bagnata dei miei umori.
Ti sollevasti la gonna fino alla vita con un gesto rapido e strappasti via le mutandine da un lato, lasciandole pendere da una sola gamba.
Ti sedesti a cavalcioni su di me, affrontandomi vis-à-vis nell'oscurità della galleria.
Guidasti la mia asta verso la tua entrata bollente e allargata.
Con un unico, profondo spinta verso il basso, ti infilzasti su di me fino in fondo.
L'impatto fu così intenso che entrambi trattenemmo il fiato.
Sentii le tue pareti interne avvolgermi come una morsa di velluto bagnato, strettissima e bollente. Ti accasciasti sul mio petto, affondando le unghie nella mia giacca di camoscio, mentre io ti afferravo le natiche nude sotto la gonna, stringendo la carne morbida con forza.
Iniziasti a muoverti su e giù.
Un ritmo lento, pesante, profondo.
Ad ogni tua discesa, il punto d'incontro tra i nostri corpi produceva un suono umido e schioccante che mi faceva perdere la testa. Sbottonai del tutto la tua camicetta e spinsi giù il reggiseno: i tuoi seni nudi ed eretti fluttuavano a pochi centimetri dal mio viso ad ogni tuo movimento.
Li afferrai entrambi con le mani, strofinando i capezzoli duri tra le dita prima di prendere una punta in bocca e succhiarla con forza.
Tu lanciasti la testa all'indietro, abbandonandoti completamente al ritmo.
La galleria era diventata parte di una sola, grande alcova collettiva; lo schermo del cinema, il nostro grande specchio luminoso.
«Più forte... vieni dentro di me, ti prego...» implorasti a bassa voce, perdendo ogni freno inibitorio.
Aumentai il ritmo dal basso, spingendo le mie vertebre contro la poltrona per colpirti più in profondità.
Le tue gambe mi strinsero i fianchi con una forza incredibile; il movimento del tuo bacino divenne frenetico, disperato, guidato dalla necessità assoluta di raggiungere il culmine.
Sullo schermo, la musica del film esplose in un assolo di sax acuto e travolgente, raggiungendo il clou della pellicola.
Nello stesso identico istante, sentii la tua vagina iniziare a contrarsi violentemente attorno a me in una serie di spasmi incontrollabili.
Tu spalancasti la bocca in un grido muto, serrando i denti sulla mia spalla mentre l'orgasmo ti travolgeva, inondandomi il membro di un fiato di calore liquido.
La vista della tua resa totale e la sensazione del tuo corpo che tremava sopra il mio furono la spinta finale. Con tre spinte profonde e rabbiose, mi svuotai completamente dentro di te, venendo con getti caldi e continui che ti riempirono fino all'orlo.
Gemetti forte contro il tuo collo, tenendoti bloccata contro di me finché l'ultimo impulso non si fu esaurito.
Rimanemmo allacciati per lunghissimi minuti nell'oscurità, i nostri petti che salivano e scendevano all'impazzata in un unico ritmo respiratorio.
Il calore che emanavamo faceva quasi evaporare il sudore sulla pelle. I suoni del film sullo schermo si fecero più soffusi, annunciando i titoli di coda.
Lentamente, con un sospiro di pura gratitudine, ti sfilasti da me.
Il distacco fu accompagnato da un piccolo suono umido. Restammo a guardarci nella penombra, le labbra gonfie, gli abiti in disordine e gli occhi ancora velati dalla nebbia del piacere appena vissuto.
Usando un fazzoletto di cotone pulito che avevo nella tasca interna della giacca, ci asciugammo a vicenda con cura e lentezza, assaporando ancora quel contatto intimo.
Ti infilasti di nuovo le mutandine, risistemasti la gonna, riallacciasti la camicetta di seta nascondendo i seni ancora arrossati e ti pettinasti i capelli cotonati con le dita. Io ricomposi i miei jeans, tirai su la cerniera con attenzione e strinsi la fibbia d'ottone della cintura.
Mentre le luci di sala si riaccendevano lentamente e sullo schermo scuro comparsa la scritta "FINE", tu ti voltasti verso di me.
Avevi ancora il respiro corto, le gote rosse e lo sguardo pieno di quella sfacciataggine bellissima. Allungasti le mani e, guarda caso, fosti proprio tu a iniziare a battere le palme l'una contro l'altra, lentamente, con un ritmo cadenzato e provocatorio.
«Un applauso...» sussurrasti sorridendo, con la voce ancora rauca. «Un applauso a noi. Un applauso a questo cinema. Un vero applauso finale per come abbiamo recitato la nostra parte.»
Io ti guardai, divertito ed eccitato da quella tua uscita sfrontata e mi unii subito a te, battendo le mani con decisione.
Il suono dei nostri applausi riecheggiò nell'aria calda e satura di fumo.
In un attimo, come contagiati dalla tua trovata, anche gli altri avventori isolati e le coppie sparse tra la platea e la galleria si unirono a noi: un battere di mani corale, ironico e complice, un vero tributo collettivo al piacere vissuto nell'ombra.
Quando la sala si rivelò del tutto, eravamo di nuovo perfetti.
Due giovani degli anni Settanta che si avviavano verso l'uscita con la testa alta e il cuore ancora accelerato.
Scendemmo i gradini della galleria mano nella mano.
Passammo accanto alla maschera, che ci diede un ultimo cenno d'intesa, battendosi piano le mani sul gilet come a voler partecipare anche lui a quell'applauso, e spingemmo la pesante tenda bordeaux.
L'aria fresca e umida della notte ci accolse fuori dal cinema, ripulendoci i polmoni dal fumo e dalla calura.
Salimmo sulla Fiat 128 verde salvia, il cui motore partì al primo colpo.
Mentre ci immettevamo nella strada bagnata illuminata dai neon, allungasti la mano verso la radio a transistor, alzando il volume su una lenta canzone d'amore.
Mi guardasti di traverso con un sorriso malizioso, facendomi capire che la notte era ancora incredibilmente lunga.
Vacca 24
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